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Ritrovamento storicoGarda

Il lago si ritira e fa riemergere un segreto sommerso dal 1962 che tutti vogliono fotografare

I resti dell'antica dogana austro-ungarica di Lignago sono tornati visibili nel bacino artificiale di Valvestino

La Redazione

Illustrazione a corredo: Il lago si ritira e fa riemergere un segreto sommerso dal 1962 che tutti vogliono fotografare
Illustrazione a corredo: Il lago si ritira e fa riemergere un segreto sommerso dal 1962 che tutti vogliono fotografare

Un antico confine dimenticato, un passaggio obbligato per contrabbandieri e viandanti rimasto sepolto sotto tonnellate d’acqua per oltre sessant’anni, è improvvisamente tornato alla luce. Nelle ultime ore, le acque del lago artificiale di Valvestino si sono ritirate a tal punto da svelare un pezzo di storia che molti credevano ormai perduto per sempre. Il passaparola digitale è già partito, trasformando questa zona dell'alto Garda bresciano in una meta improvvisata per centinaia di curiosi e fotografi a caccia dello scatto perfetto.

Un tesoro sommerso dalla diga nel 1962

Sotto le acque del bacino, nel territorio comunale di Gargnano, giacciono i resti di Lignago, una località talmente piccola da non comparire quasi sulle mappe geografiche, ma che un tempo rappresentava un punto nevralgico della viabilità locale. Nel 1962, con la costruzione della diga di Valvestino e il conseguente riempimento dell'invaso artificiale gestito da Enel, l'intera area venne sommersa. Tra gli edifici finiti sott'acqua c'era anche il vecchio casello stradale, un tempo baluardo di frontiera.

Periodicamente, le operazioni di manutenzione della diga o i periodi di forte siccità – proprio come quello attuale, causato dalla persistente scarsità di precipitazioni – fanno abbassare drasticamente il livello dell'acqua. È in questi momenti che il suggestivo rudere in pietra riemerge dal fango, offrendo uno spettacolo spettrale e affascinante.

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Tra guardie, contrabbandieri e l'Impero Austro-Ungarico

Quello che oggi appare come un cumulo di macerie lambito dalle onde è in realtà l'ex Regio casello di dogana, storicamente conosciuto anche come il Casello della Patoàla. Si tratta di un luogo che per secoli ha respirato l'aria tesa delle terre di confine. Prima di diventare la linea di demarcazione con l'Impero Austro-Ungarico, questa gola impervia separava il Principato Vescovile di Trento dai domini della Repubblica di Venezia.

Qui transitavano i carichi di carbone vegetale diretti verso la Serenissima, trasportati a dorso di mulo lungo sentieri così ripidi e pericolosi da aver dato origine al celebre detto popolare bresciano "Te pasaré da Lignàc" (passerai da Lignago), usato come ammonimento per indicare un percorso obbligato e colmo di insidie. La gola e i suoi sentieri vennero annessi definitivamente al Regno d'Italia soltanto nel 1916, nel bel mezzo della Grande Guerra.

Come osservare i resti storici

Per chi desiderasse osservare di persona le rovine dell'antica dogana riemersa, l'itinerario è semplice ma occorre prestare attenzione. I resti del Casello della Patoàla sono parzialmente visibili direttamente da una piazzola di sosta situata lungo la strada provinciale, a circa tre chilometri di distanza dal muro della diga di Valvestino, procedendo in direzione della valle dopo aver superato l'abitato di Gargnano. Un'occasione temporanea, destinata a svanire non appena le piogge torneranno a riempire il bacino idrico.

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