Cronaca di un'assoluzioneHinterland
Serle, il cacciatore che inseguì i ladri: la verità sulla condanna di Franzoni
Nove anni di carcere per l'omicidio di Eduard Ndoj: ecco perché i giudici bocciarono la legittima difesa

Mirco Franzoni è tornato alla vita libera. A 42 anni, l'uomo di Serle ha quasi definitivamente scontato i nove anni e quattro mesi di reclusione per omicidio volontario, riprendendo il lavoro nell'officina di famiglia. La sua storia, tuttavia, non si chiude con il silenzio della libertà vigilata, ma riaccende i riflettori su un dibattito antico quanto complesso: dove finisce la legittima difesa e dove inizia la vendetta privata?
Il caso di Franzoni viene oggi accostato, non senza polemiche, alla recente vicenda del gioielliere Mario Roggero. Sebbene le dinamiche siano diverse, il filo conduttore è lo stesso: l'abisso tra la semplicità dello slogan «ha sparato a un ladro» e la rigidità delle norme del Codice penale. Per comprendere perché Franzoni sia finito in carcere, bisogna tornare alla sera del 14 dicembre 2013.
Quel pomeriggio, tra le 18:00 e le 18:20, due ladri avevano svaligiato l'abitazione del fratello di Mirco. Franzoni, scoperta la rapina, non chiamò le forze dell'ordine. Prese invece un fucile da caccia, caricò altre cartucce e si lanciò all'inseguimento dei malviventi. In un vicolino di Serle, raggiunse Eduard Ndoj, 26enne di origini albanesi, e gli sparò. Il colpo, partito alla spalla, fu fatale. L'altro ladro riuscì a fuggire e non fu più ritrovato.
In aula, la difesa di Franzoni costruì una tesi basata sulla sorpresa e sul pericolo. L'imputato raccontò di aver intimato all'uomo di restituire la refurtiva e sostenne che il colpo fosse partito accidentalmente durante una colluttazione, mentre Ndoj tentava di strappargli l'arma. «Gli urlo di ridarmi la mia roba», disse Franzoni, descrivendo uno scontro ravvicinato e improvviso.
I giudici, però, smontarono questa ricostruzione pezzo dopo pezzo. La sentenza firmata dal giudice Roberto Spanò e confermata in tutti e tre i gradi di giudizio si basò su due punti di non ritorno. Il primo fu la questione temporale. L'omicidio avvenne tra le 19:34 e le 20:35, ovvero da 60 a 120 minuti dopo il furto. Quando Franzoni uscì di casa armato, il reato era già consumato e i ladri stavano fuggendo. Non c'era più un'aggressione in atto, né un pericolo attuale: c'era solo un inseguimento volontario.
La Corte definì la scelta di Franzoni «un’azione gravemente azzardata di stampo venatorio». L'uomo non subiva una minaccia, ma aveva deciso di affrontare soggetti che riteneva armati, trasformandosi da vittima a cacciatore.
Il secondo colpo di grazia arrivò dalle perizie balistiche. La traiettoria dei pallini era orizzontale, compatibile con un fucile tenuto all'altezza della spalla, nella classica posizione di mira. La distanza tra Franzoni e Ndoj non risultava compatibile con uno scontro corpo a corpo. Per i giudici, quel colpo non era partito per caso durante una lotta, ma era stato esploso con precisione.
Oggi che Franzoni ha pagato il suo debito con la giustizia, il suo caso resta un monito severo. La legge non premia l'iniziativa privata dopo che il pericolo è cessato. Come nel caso Roggero, la consapevolezza dei limiti legali è l'unico confine che separa la difesa dalla condanna.




