L'inchiesta sulla 'ndranghetaCronaca
Clan Tripodi, le 1.260 pagine del giudice: «Una locale armata» tra Flero e Castel Mella
Le motivazioni ricostruiscono estorsioni, usura, riciclaggi e rapporti con politica e imprenditoria bresciane.

La base operativa era una carrozzeria di Flero, ma la rete del gruppo Tripodi si sarebbe estesa anche a Castel Mella e ad altri ambienti della provincia. È quanto emerge dalle 1.260 pagine con cui il gup Valeria Rey ha motivato le 18 condanne pronunciate lo scorso 6 maggio al termine del rito abbreviato: sei imputati sono stati riconosciuti responsabili anche di associazione a delinquere di stampo mafioso, per un totale di 107 anni di pena.
La condanna più alta, 18 anni e un mese, è stata inflitta a Francesco Tripodi. Sei anni e otto mesi sono stati invece stabiliti per Mauro Galeazzi, ex amministratore locale di Castel Mella e candidato sindaco nell’ottobre 2021, accusato di scambio elettorale politico-mafioso.
La ricostruzione del giudice
Nelle motivazioni, il sodalizio viene descritto come un «ibrido» tra una cellula delocalizzata della cosca Alvaro-Violi, originaria di Sinopoli, e una formazione costituita nel Bresciano. Il gruppo avrebbe mantenuto legami con la cosca calabrese, sviluppando però autonomia decisionale e capacità di imporsi sul territorio lombardo, fino a diventare un riferimento per ambienti criminali locali e organizzati anche in Lombardia e Veneto.
Per il gup, l’associazione mafiosa era «sussistente e reale». Le estorsioni avrebbero rafforzato la forza intimidatrice, mentre usura, riciclaggio, ricettazione di veicoli e reati fiscali costituivano, secondo la sentenza, le principali attività del gruppo. Le armi sarebbero state utilizzate anche per azioni intimidatorie. Il clan avrebbe inoltre gestito attività di recupero crediti per conto terzi, facendo leva sulla reputazione della ’ndrangheta o su minacce esplicite.
Le intercettazioni citate nelle motivazioni restituiscono un linguaggio violento e minaccioso. Il giudice sottolinea che l’omertà non sarebbe stata soltanto una conseguenza della paura, ma anche una regola interna, fondata sulla segretezza degli affari e sul rifiuto di collaborare con le autorità.
I rapporti con la politica
Secondo l’accusa accolta dal gup, Galeazzi avrebbe promesso a Stefano Tripodi possibili settori pubblici nei quali inserirsi e ottenere guadagni in cambio di voti. L’ex amministratore si sarebbe inoltre rivolto a Tripodi per prestiti di denaro. Le somme, riferisce la sentenza, furono poi restituite.
Il gruppo, conclude il giudice, avrebbe costruito relazioni con imprenditori, politici, professionisti, ex appartenenti alle forze dell’ordine e religiosi: una rete definita nelle motivazioni come il «capitale sociale» della ’ndrangheta.





