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Roggero resta in carcere: perché il giudice ha detto no alla scarcerazione
L'Ufficio di Sorveglianza di Torino respinge l'istanza per il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi

Niente scarcerazione, almeno per ora. L'Ufficio di Sorveglianza di Torino ha respinto l'istanza di differimento della pena presentata per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori e ferito gravemente un terzo, nel 2021.
Roggero, 72 anni, è detenuto nel carcere di Bollate, a Milano. Il magistrato di sorveglianza Elena Massucco ha motivato il rigetto spiegando che «non si ravvisa, né sono state indicate dalla difesa, le circostanze di necessità e di urgenza indispensabili per provvedere cautelativamente, in questa sede».
La decisione non chiude la vicenda: gli atti passano ora al Tribunale di Sorveglianza, alla Procura generale della Corte d'Appello di Torino e all'Ufficio di Sorveglianza di Milano, che dovranno valutare più a fondo la richiesta.
L'età non basta
Attorno al caso si è alimentata l'idea che Roggero, per la sua età, sia "troppo vecchio" per il carcere. Ma le cose non sono così semplici. Il professor Carlo Alberto Romano, criminologo dell'Università di Brescia e presidente dell'associazione Carcere e Territorio, chiarisce che la legge prevede sì misure alternative per gli ultrasettantenni, ma con esclusioni che riguardano proprio il tipo di reato per cui Roggero è stato condannato.
Il caso si inserisce in un fenomeno più ampio: quello dell'invecchiamento della popolazione carceraria italiana. Secondo i dati diffusi dall'associazione Antigone, nel 2025 gli ultrasettantenni detenuti erano 1.348, in crescita rispetto ai 1.238 dell'anno precedente. Oltre duecento si trovano in istituti lombardi. Se nel 2005 gli over 70 erano lo 0,6% dei detenuti, oggi superano il 2%, mentre gli over 50 sono arrivati quasi al 30%, contro il 13,9% di vent'anni fa.
Un sistema già sotto pressione
A Brescia il tema non è astratto: nel carcere di Canton Mombello il tasso di affollamento ha raggiunto il 210%. Romano sottolinea come l'aumento dei detenuti anziani, circa un centinaio in più ogni anno, crei difficoltà crescenti in strutture non pensate per l'invecchiamento: problemi fisici, fragilità relazionali e, secondo Antigone, patologie croniche nell'80% dei casi.
Il criminologo invita comunque a non confondere il piano umano con quello giudiziario: «È una persona che ha commesso un reato ed è stata condannata. Mi auguro che la sua detenzione sia breve, ma quando si commettono reati bisogna fare i conti con le conseguenze». Un richiamo che estende a un caso bresciano di una decina di anni fa, quello di Serle, dove un uomo uccise un ladro entrato in casa sua.
Il dibattito, aggiunge Romano, va oltre il singolo caso e interroga l'utilità stessa del carcere oggi, per chi lo subisce e per la collettività che lo sostiene.





