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Sindaci contro il governo: cosa nasconde la lettera su Bologna che sta spaccando l'Italia

Da Torino a Palermo, primi cittadini in campo per difendere Lepore: "Stop agli attacchi". Ma Piantedosi rilancia: "Convocare la piazza è stato grave"

La Redazione

Illustrazione a corredo: Sindaci contro il governo: cosa nasconde la lettera su Bologna che sta spaccando l'Italia
Illustrazione a corredo: Sindaci contro il governo: cosa nasconde la lettera su Bologna che sta spaccando l'Italia

La mappa politica italiana si spacca in due. Da una parte trentasei sindaci che blindano Matteo Lepore. Dall'altra il ministro dell'Interno che non arretra di un millimetro. Al centro, i fatti di Bologna e la morte di Abderrahim Fakir.

La lettera che nessuno si aspettava

Torino, Roma, Milano, Napoli, Genova, Firenze, Bari, Bergamo, Brescia. È una geografia quasi completa dell'Italia quella che compare in calce alla missiva diffusa il 23 luglio: trentasei primi cittadini, moltissimi del centrosinistra ma non solo, scendono in campo per proteggere il sindaco di Bologna dagli attacchi arrivati dal governo dopo i disordini in piazza Nettuno.

Laura Castelletti, sindaca di Brescia, è tra i firmatari. Con lei Beppe Sala (Milano), Roberto Gualtieri (Roma), Stefano Lo Russo (Torino), Gaetano Manfredi (Napoli), Silvia Salis (Genova) e decine di altri.

La linea è netta: Lepore «si è assunto la responsabilità istituzionale di stare accanto alla famiglia di Abderrahim Fakir», il presidio è stato pacifico, le violenze «appartengono esclusivamente a chi li ha compiuti». E chi governa, scrivono, deve «rinunciare agli attacchi istituzionali davanti a episodi così tragici».

La risposta che brucia

Poche ore dopo, il 24 luglio, Matteo Piantedosi sceglie lo studio de L'Aria che tira su La7 per replicare senza giri di parole: «Un sindaco che convoca una piazza e sottovaluta cosa sarebbe potuto accadere ha un suo elemento di gravità. Il sindaco sa con chi ha a che fare sul proprio territorio e l'ha sottovalutato».

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Il ministro dell'Interno non cita mai direttamente la lettera dei sindaci ma il messaggio è chiaro: «Quando una persona muore nelle mani dello Stato è sempre una cosa che addolora moltissimo, ma che questo si debba tradurre in un atto di sfiducia e si convoca una piazza credo sia una cosa sbagliata».

Una città nel mirino, una frattura che si allarga

I numeri del presidio di piazza Nettuno — «migliaia di persone in modo pacifico», scrivono i sindaci — sono diventati il campo di battaglia politico: da un lato la richiesta di verità e la condanna delle frange violente, dall'altro l'accusa di aver sottovalutato il rischio.

I firmatari insistono: Lepore «ha condannato da subito con chiarezza quelle violenze, distinguendo la partecipazione democratica della città dall'azione di gruppi che hanno cercato e voluto trasformare il dolore in scontro». Piantedosi però rilancia: «C'è l'autorità giudiziaria, di cui mi fido, che deve fare le sue valutazioni. Siamo solo agli inizi».

Lo scontro è appena cominciato. E trentasei municipi non hanno intenzione di restare a guardare.

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