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Vigile lascia il posto per incontri notturni con l'auto della Locale: ora deve pagare 20mila euro

La Corte dei conti condanna un ex agente della Polizia locale di Brescia per il danno d'immagine causato al Comune

La Redazione

Illustrazione a corredo: Vigile lascia il posto per incontri notturni con l'auto della Locale: ora deve pagare 20mila euro
Illustrazione a corredo: Vigile lascia il posto per incontri notturni con l'auto della Locale: ora deve pagare 20mila euro

Un'auto della Polizia locale parcheggiata senza conducente, di notte, nella zona industriale di Brescia. E un agente che torna a piedi da una zona alberata poco distante. È da questo dettaglio, notato da due colleghi durante un controllo notturno nel 2011, che parte una vicenda giudiziaria arrivata solo ora alla sua conclusione economica.

Le indagini interne

Dopo quella prima segnalazione, il Comando avviò un'indagine interna con servizi di osservazione, pedinamenti e il controllo dei dati Gps installati sui mezzi della Locale. Le verifiche permisero di ricostruire diversi allontanamenti dal posto di lavoro durante i turni serali, quando l'agente avrebbe dovuto restare al Comando o supportare le pattuglie esterne.

La condanna penale

Al termine del processo penale, l'ex agente fu condannato per peculato d'uso, per aver utilizzato le vetture del Comando per fini privati, e per truffa aggravata, per essersi sottratto ai propri compiti d'ufficio. La sentenza è diventata definitiva il 13 gennaio 2020, anche se una parte degli episodi contestati è stata successivamente dichiarata prescritta.

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Il risarcimento da 20mila euro

Ora arriva anche il conto per il danno d'immagine. La Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Lombardia ha accolto la richiesta della Procura regionale e condannato l'ex dipendente a versare 20mila euro al Comune di Brescia, somma che sarà rivalutata dal gennaio 2020 e maggiorata degli interessi legali.

Per i giudici contabili, la vicenda ha arrecato «un indubbio danno all'immagine» dell'ente, complicato dall'«ampia risonanza» avuta in ambito amministrativo, giudiziario e mediatico. Un peso particolare, secondo la sentenza, lo ha avuto proprio il ruolo dell'imputato: chi indossa la divisa e deve garantire l'ordine pubblico «deve mantenere una condotta specchiata e immune da censure».

I reati contestati - truffa e peculato - vengono definiti «gravissimi ed assolutamente inconciliabili con lo status rivestito». La Corte richiama anche il rischio, per l'amministrazione, di vedere eroso il rapporto di fiducia con i cittadini, quando episodi come questo vengono percepiti come una prassi diffusa piuttosto che come un caso isolato. Nella condotta dell'ex agente, scrivono ancora i giudici, emerge «un evidente sprezzo dei doveri di lealtà e fedeltà» dovuti alla pubblica amministrazione.

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