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Lo strappo in ParlamentoPolitica

Un solo voto ha fatto tremare il governo: cosa è successo davvero alla Camera?

La riforma elettorale passa con 217 sì, ma lo scarto di un voto sull'emendamento preferenze infiamma la maggioranza

Paolo Gritti

Illustrazione a corredo: Un solo voto ha fatto tremare il governo: cosa è successo davvero alla Camera?
Illustrazione a corredo: Un solo voto ha fatto tremare il governo: cosa è successo davvero alla Camera?

Mai un voto solo aveva fatto così rumore. Alla Camera, tra il 14 e il 16 luglio 2026, la riforma della legge elettorale è diventata molto più di un passaggio parlamentare: è stata la cartina di tornasole delle tensioni che attraversano il centrodestra.

L'emendamento che ha diviso tutti

Martedì 14 luglio, scrutinio segreto. L'emendamento di Fratelli d'Italia, Noi Moderati e Udc — che prevedeva, accanto al capolista bloccato, la possibilità di esprimere fino a tre preferenze della stessa lista — viene respinto con 188 voti contrari e 187 favorevoli.

Un solo voto di scarto. E un boato di esultanza dalle opposizioni.

La ferita non si rimargina in fretta. Il 15 luglio FdI vota un secondo emendamento, quello targato «vannacciani», ma Lega e Forza Italia si oppongono: la proposta cade con 139 voti a favore, tutti meloniani. Seconda spaccatura in una settimana.

La riforma passa, ma le crepe restano

Il 16 luglio l'Aula della Camera approva comunque il testo con 217 sì, 152 no e 2 astenuti. Il provvedimento vola ora al Senato per la seconda lettura.

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Cosa contiene la riforma? Un sistema proporzionale con maxi premio di maggioranza: 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato per la lista o coalizione che raggiunge almeno il 42% dei consensi, fino a un tetto di 220 deputati e 113 senatori. Sulla scheda, niente preferenze ma l'indicazione del candidato premier. Passa invece all'unanimità (maggioranza e opposizione insieme) l'emendamento sul voto dei fuorisede.

La Russa frena, Tajani minimizza

«Il fatto politico rimane», ammette il presidente del Senato Ignazio La Russa, dando ragione a Giorgia Meloni nel considerare quei voti mancati «motivo di riflessione importante». Ma poi aggiunge: «Mi pare che si stia facendo una esagerazione su un voto a un emendamento, non a un provvedimento, non a un voto di fiducia, ma neanche a una legge». E ricorda: «Quello che un ramo del Parlamento decide può essere cambiato dall'altro».

Ancora più netto Antonio Tajani, vice premier e segretario di Forza Italia: «L'importante è che sia passata la legge elettorale. Le preferenze sono un dettaglio». E sull'ipotesi di crisi: «La sinistra stia serena: non c'è nessuna crisi di governo. Sono le loro contraddizioni a essere politiche, non le nostre».

L'incognita Senato (e l'ombra della Consulta)

Maurizio Lupi (Noi Moderati) ha già annunciato di voler riproporre l'emendamento sulle preferenze. Intanto però dalla società civile si levano dubbi di costituzionalità. Il professor Gaetano Azzariti, docente di diritto costituzionale alla Sapienza, ha parlato ai microfoni di Radio Onda d'Urto di «diversi punti di incostituzionalità» della riforma.

La partita, insomma, è tutt'altro che chiusa.

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