Salta al contenuto

CollaudoEconomia

Mille infermieri mancanti a Brescia: chi ci curerà domani e perché la soluzione è a rischio

L’allarme dell’Ordine: tra deroghe, turni pesanti e fuga verso il territorio, il sistema sanitario è in bilico

Paolo Gritti

Illustrazione a corredo: Mille infermieri mancanti a Brescia: chi ci curerà domani e perché la soluzione è a rischio

A Brescia la sanità rischia di restare senza infermieri. Mille sono quelli che mancano già oggi, secondo i dati dell’Ordine delle professioni infermieristiche della provincia. Un numero che pesa su reparti, Rsa e qualità delle cure, mentre il ricambio si fa sempre più fragile: gli iscritti ai corsi di laurea calano, e molti professionisti sono vicini alla pensione. La domanda, lanciata dalla presidente Stefania Pace e dal consigliere Roberto Ricci, è scomoda: «Chi ci assisterà in futuro?»

Il problema non è solo locale. In Lombardia si stimano tremila «infermieri fantasma» — professionisti arrivati dall’estero che, grazie a una deroga nata durante la pandemia, possono lavorare senza iscriversi all’Ordine. «Nati come soluzione tampone, oggi creano problemi — denunciano Pace e Ricci — Non hanno obblighi di formazione, né verifiche sulla lingua o sulle competenze». La proposal dell’Ordine? Un registro parallelo all’Albo per tracciarli, formarli e portali «fuori dall’ombra». Ma la proposta della Fnopi (Federazione nazionale degli Ordini) è bloccata da tempo in Conferenza Stato-Regioni.

Intanto, la carenza si scarica su chi reste: turni sempre più pesanti, riposi che saltano, malcontento in crescita. Alcuni infermieri scelgono di lasciare gli ospedali per il territorio, dove gli orari sono più gestibili. Ma è un circolo vizioso: meno personale nei reparti, più fatica per chi rimane, maggiore difficoltà a trattenere i professionisti.

Pubblicità

La Sentinella Bresciana

C’è chi punta su nuove strade. L’infermiere di famiglia e comunità (Ifec), ad esempio: entra nelle case, segue pazienti e famiglie, lavora con i medici di base e fa prevenzione. Fa base nelle Case di comunità e richiede una formazione mirata (almeno due anni di esperienza clinica, master e corsi regionali). Poi c’è la libera professione, in crescita: si stima che nel Bresciano siano un migliaio gli infermieri che hanno scelto questa strada. L’Ordine la considera un segnale positivo, ma avverte: «Per garantire la qualità delle cure servono carichi di lavoro sostenibili e tempi di riposo adeguati».

Dal 2026/2027, poi, partiranno le nuove lauree magistrali cliniche in Italia: Cure primarie, Infermieristica di famiglia e comunità, Cure neonatali e pediatriche, Cure intensive e Emergenza. Una volta formati, questi professionisti potranno prescrivere in autonomia dispositivi medici, ausili e presidi sanitari. «L’interesse per la formazione c’è — sottolineano Pace e Ricci — ma serve il giusto riconoscimento delle competenze, anche economico e in termini di carriera».

L’avvertimento è chiaro: senza risposte strutturali, l’Sos infermieri diventerà sempre più pressante. E il rischio è che, domani, a pagarne il prezzo siano i pazienti.

Leggi anche

CAPITALE CULTURA
CAPITALE CULTURA