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Brescia città

Dodici anni di causa, un fratello d'ex sindaco e 67mila euro: chi paga il conto della movida a Brescia?

La Corte d'Appello condanna il Comune a risarcire Gianfranco Paroli e la moglie per il rumore della movida nel Carmine

La Redazione

Illustrazione a corredo: Dodici anni di causa, un fratello d'ex sindaco e 67mila euro: chi paga il conto della movida a Brescia?

Una battaglia legale durata dodici anni, quattro gradi di giudizio e un verdetto che ribalta quello precedente: la Corte d'Appello di Brescia, chiamata a decidere nel giudizio di rinvio disposto dalla Cassazione, ha condannato il Comune a risarcire Gianfranco Paroli, fratello dell'ex sindaco di Brescia Adriano, e la moglie Piera Nava.

Il motivo? Il rumore della movida che per anni ha tormentato le loro notti in via Fratelli Bandiera, nel cuore del Carmine. Palazzo Loggia dovrà versare complessivamente 67.620 euro tra danni patrimoniali e non patrimoniali, oltre a interessi e spese legali dei quattro gradi di giudizio.

Una vicenda iniziata nel 2012

Tutto comincia nel 2012, quando i coniugi denunciano le immissioni sonore provenienti dalla zona in cui abitano. Nel 2017 il Tribunale dà loro ragione, ma nel 2020 la Corte d'Appello ribalta la decisione. Nel 2023 arriva il colpo di scena: la Cassazione annulla quella sentenza e rinvia il caso a una diversa sezione della Corte d'Appello, affermando un principio chiave: anche il Comune può essere chiamato a rispondere se, nella gestione di un bene pubblico, non adotta misure adeguate a tutelare i diritti dei cittadini.

Perché il Comune è stato condannato

Nel nuovo giudizio i giudici hanno stabilito che le immissioni sonore superavano ampiamente la normale tollerabilità e che il Comune «non ha fornito la prova di aver adottato ogni iniziativa in suo potere» per ricondurle entro limiti accettabili, evidenziando in particolare l'assenza di un adeguato piano di risanamento acustico.

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La Sentinella Bresciana

La Corte riconosce che Palazzo Loggia non era rimasto del tutto inerte: negli anni erano state emesse ordinanze sugli orari dei locali, organizzati servizi notturni della Polizia locale, coinvolti i City Angels, anticipate le pulizie delle strade, inviate diffide ai gestori e istituito l'Osservatorio "Centro Storico". Misure giudicate però non «risolutive, né efficaci». Nella motivazione pesa anche la testimonianza dell'allora comandante della Polizia locale, secondo cui non furono mai effettuati interventi di dispersione degli assembramenti e il Corpo non disponeva della strumentazione per i rilievi fonometrici.

Come è stato calcolato il risarcimento

La cifra comprende 8.340 euro per la sostituzione dei serramenti dell'abitazione e il danno non patrimoniale, quantificato in 35.568 euro per Gianfranco Paroli e 23.712 euro per Piera Nava, calcolato considerando quattro sere alla settimana da maggio a ottobre, dal 2012 fino al trasferimento dei coniugi.

«Noi abbiamo sempre chiesto prima di tutto che il Comune intervenisse per riportare il rumore entro limiti tollerabili — commenta Paroli —. Nel frattempo, però, avevamo venduto la casa e così è rimasta solo la domanda di risarcimento». Proprio per questo la Corte ha respinto la richiesta di interventi concreti contro le immissioni, ritenendo venuto meno l'interesse dei ricorrenti dopo la vendita dell'immobile, mantenendo però piena validità alla domanda di ristoro per i danni passati.

Un precedente che pesa

La sentenza rischia di diventare un precedente scomodo per il Comune: pende infatti un'altra causa, promossa da decine di residenti del Carmine, con una richiesta risarcitoria complessiva superiore ai due milioni di euro. Si tratta di un procedimento distinto e l'esito non è scontato, ma il principio sulla responsabilità comunale affermato dai giudici potrebbe rivelarsi decisivo.

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